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Secondo Martin Feldstein, famoso professore di economia presso l’Università di Harvard nonché presidente emerito del National Bureau of Economic Research, l’attuale debolezza del dollaro dipende dall’importante cambiamento del suo ruolo sulla scena mondiale.
E proprio in ragione di questa nuova funzione, l’attuale crisi di fiducia nei suoi confronti potrebbe esaurirsi in un lasso di tempo non troppo lungo. Queste le conclusioni a cui Feldstein giunge, al termine di un’interessante analisi pubblicata recentemente sul quotidiano britannico “Financial Times”.
Il professore di Harvard esordisce affermando che quando gli domandano se il persistente indebolimento del dollaro è dovuto al venir meno della sua funzione come valuta di riserva internazionale, preferisce rispondere che la maggioranza delle nazioni non detiene più riserve valutarie nel senso tradizionale del termine. In realtà, il cambiamento in atto è molto più ampio e profondo, toccando il significato stesso di riserve valutarie. Oggi si parla più di investimenti da parte dei governi, che di accumulo vero e proprio di denaro, investimenti che possono essere di natura obbligazionaria, valutaria, azionaria ecc… All’interno di questo particolare contesto, il dollaro continua per ora ad esercitare un ruolo di primo piano, ragion per cui da “moneta di riserva” si sta trasformando in “moneta degli investimenti”.
Questa evoluzione del biglietto verde affonda le radici nella storia del secondo dopo-guerra. Nei decenni che seguirono la cessazione del conflitto, praticamente quasi tutti i paesi del mondo legarono il tasso di conversione delle proprie monete al dollaro (regime di cambi fissi e semi-fissi), con la possibilità di aggiustamenti progressivi in caso di differenze sostanziali negli indici dell’inflazione o negli equilibri della bilancia commerciale. Nei periodi in cui le importazioni eccedevano di molto le esportazioni, per esempio, un paese utilizzava le proprie riserve in dollari per pagare il surplus dell’import; per parecchio tempo, il dollaro rimase quindi la valuta più liquida e l’unica di riferimento per l’intero sistema mondiale.
Questa struttura, però, col passare degli anni è divenuta insostenibile a causa della trasformazione di molte economie mondiali, della globalizzazione e degli altri radicali cambiamenti che hanno caratterizzato il mondo economico e finanziario nell’ultimo ventennio. Oggi il sistema si basa sulla libera fluttuazione dei tassi di cambio, al cui interno i mercati stessi possono, in linea di principio, determinarne i rapporti. Per coprire gli eventuali squilibri tra il valore delle importazioni e quello delle esportazioni non sembra più necessario quindi ricorrere alle riserve valutarie. Sono le oscillazioni stesse dei cambi che fungono da equilibratori.
Ad incidere maggiormente sul cambiamento delle riserve valutarie, furono principalmente le esperienze di fine anni Novanta. Nel 1997, per la precisione, il governo tailandese tentò di sopravvalutare forzatamente la propria divisa (baht), attingendo soprattutto alle proprie riserve. Una volta esaurite queste ultime, fu invece costretto a svalutare il baht. Gli speculatori si lanciarono in seguito sulle altre valute asiatiche e in breve anche diversi paesi assistettero ad un progressivo prosciugamento delle loro riserve valutarie.
Gli episodi asiatici rivelarono, anzitutto, che è molto pericoloso mantenere artificialmente sopravvalutata una divisa. Inoltre, anche se il tasso di cambio non è troppo elevato, un paese può facilmente cadere vittima degli speculatori se non ha un’adeguata copertura in valuta internazionale. Molti paesi risposero a quegli eventi, svalutando le proprie monete per facilitare le esportazioni e gestire le eccedenze della bilancia commerciale. Nel frattempo, cominciarono ad investire sui mercati internazionali, acquistando principalmente titoli emessi in dollari statunitensi; la Cina, per esempio, oggi detiene circa 2'000 miliardi di investimenti in dollari, seguita da Taiwan con 300 miliardi, Corea del Sud 200 e Tailandia 100.
Tutti questi fondi non sono più utilizzati per coprire squilibri temporanei della bilancia delle partite correnti o fluttuazioni dei tassi di cambio. Si tratta piuttosto di investimenti a lungo termine, che esercitano anche un’azione protettiva contro eventuali attacchi da parte degli speculatori. Qualcosa di analogo si sta ad esempio verificando tra i paesi produttori di petrolio, che hanno iniziato a convertire le riserve di barili in attivi finanziari, con l’obiettivo di garantire adeguati introiti alle future generazioni.
Oltre a concepire diversamente il ruolo delle riserve valutarie, la maggioranza delle nazioni oggi ritiene indispensabile diversificare la natura e la divisa degli investimenti, come Cina e Corea, che hanno ampiamente investito anche in euro. Ed è proprio questa diversificazione valutaria e la conseguente diminuzione della domanda di dollari che ne sta penalizzando la quotazione.
Ciononostante, conclude Feldstein, il dollaro continuerà ad essere il principale strumento di liquidità per la maggioranza degli investimenti mondiali. Non appena questa situazione terminerà, la domanda di dollari smetterà di contrarsi e la svalutazione subita nell’ultimo anno favorirà la riduzione del deficit commerciale USA. Quella che per ora si manifesta come una chiara crisi di fiducia nei confronti della valuta di riferimento per antonomasia, sarebbe quindi solo una fase del processo evolutivo che, alla fine, fermerà l’indebolimento del biglietto verde. O almeno questo è quanto sostiene il prof. Martin Feldstein!
Anna Russo Fonte soldionline.it
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